Laika E Il Dramma Della Prima Cagnolina Nello Spazio

Il Volo Senza Ritorno Di Laika
Il 3 novembre 1957, l’Unione Sovietica segnò una tappa fondamentale nella corsa allo spazio lanciando lo Sputnik 2. A bordo di questa capsula non c’era un semplice strumento scientifico, ma Laika, una giovane cagnolina bastarda, incrocio tra un husky siberiano e un terrier. Trovata come randagio per le strade di Mosca, Laika fu scelta dai ricercatori perché si riteneva che gli animali abituati alla vita dura della strada fossero più resistenti al freddo, alla fame e alle condizioni estreme del viaggio spaziale.
La preparazione di Laika fu rigorosa e spietata. Insieme ad altri cani, tra cui Albina e Mushka, fu sottoposta a test di resistenza e a esami medici intensi. Per abituarla agli spazi ristretti della capsula, venne rinchiusa in gabbie via via più piccole per diverse settimane. Grazie al suo temperamento calmo e alla sua grazia sotto pressione, fu selezionata per la missione. Vladimir Yazdovsky, leader della missione, la descrisse come un animale tranquillo e affascinante.
Il Terrore Del Lancio E La Vita In Orbita
Il momento del decollo dal cosmodromo di Baikonur fu traumatico. Mentre il missile R-7 sollevava la capsula, Laika iniziò a guaire e ad agitarsi, ma le imbracature strette le impedivano ogni movimento. Durante l’ascesa, la pressione fisica fu tale che la frequenza cardiaca della cagnolina passò dai normali 100 battiti al minuto a ben 250, raggiungendo livelli vicini all’infarto. Solo dopo circa tre ore di condizione di assenza di peso in orbita, tra i 200 e i 1600 chilometri di altezza, l’animale riuscì a calmarsi.
Lo Sputnik 2 era una capsula conica di circa 500 kg, dotata di un generatore di ossigeno che assorbiva l’anidride carbonica, un ventilatore per regolare la temperatura e scorte di cibo gelatinoso per sette giorni. Tuttavia, la missione era stata concepita come un viaggio di sola andata. Non esisteva alcun sistema di recupero: la capsula era destinata a bruciare nell’atmosfera terrestre al termine del suo percorso. Prima del lancio, secondo alcune fonti, la cagnolina rimase sigillata per tre giorni in attesa del decollo, con le deiezioni che si raccoglievano in un sacchetto.
La Verità Sulla Morte Di Laika
Per decenni, il regime sovietico mantenne un velo di mistero sulla sorte della cagnolina. Per circa quarant’anni, fu diffusa la versione secondo cui Laika avesse vissuto a lungo, morendo pacificamente dopo aver visto il 40° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Altre versioni ufficiali suggerivano che fosse morta per l’esaurimento dell’ossigeno o che fosse stata soppressa deliberatamente con cibo avvelenato per evitarle sofferenze.
La realtà, emersa solo successivamente grazie a nuove ricerche e documenti resi pubblici, è molto più crudele. Laika morì dopo poche ore in orbita, probabilmente durante il quarto giro attorno alla Terra. Il problema principale fu un guasto nel sistema di termoregolazione dello Sputnik 2. Invece di mantenere la temperatura a 16 gradi, l’impianto fallì e il calore all’interno della capsula schizzò improvvisamente a 41 gradi. La cagnolina morì per surriscaldamento, vittima di un errore tecnico che gli ingegneri a terra non riuscirono a notare in tempo.
Un Sacrificio Affrettato Per Motivi Politici
Documenti successivi hanno rivelato che il lancio di Laika non fu un esperimento pianificato con cura, ma un’operazione affrettata. Nikita Kruscev aveva chiesto di anticipare il volo per farlo coincidere con le celebrazioni della Rivoluzione d’Ottobre. Questo portò a ignorare le normali procedure di ingegneria spaziale; la capsula fu costruita in officina basandosi su disegni improvvisati, senza il tempo necessario per un progetto dettagliato. Boris Chertok, braccio destro di Korolev, ha confermato che non ci fu tempo nemmeno di stendere il progetto ufficiale.
Laika rimase in orbita insieme ai suoi resti fino al 14 aprile 1958, compiendo circa 2.570 orbite prima di rientrare nell’atmosfera e scomparire. La sua storia rimane un simbolo del contrasto tra il progresso scientifico e la crudeltà verso gli esseri viventi, sollevando ancora oggi interrogativi sull’utilità di un sacrificio così tragico per scopi puramente esibizionistici.